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ROSA DISTEFANO
Architetto della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Verona

VILLA CHILESOTTI FABRIS

Il maestoso complesso, composto dal palazzo e parco, prodotto ultimo di una lunga serie di rimaneggiamenti e modificbe apportati nel corso dei secoli, rappresenta un mirabile esempio di perfetta integrazione urbanistica.
 
 
 

ggi il complesso monumentale costituito dalla villa e dal parco, si presenta nella sua piena integrazione con il contesto della città, lungo un asse viario di primaria importanza, con il pregio di aver conservato i suoi caratteri architettonici e ambientali più significativi, contestualmente alla felice condizione di aver indirizzato lo sviluppo urbanistico, anche quello più recente, senza esserne nel suo insieme fagocitato o alterato da interventi edilizi impropri di rilevante impatto.

La sua peculiarità più evidente è quella di essere frutto di una serie di modifiche di un precedente edificio settecentesco, la cui presenza è già registrata in una mappa dell'abitato di Thiene risalente al 1776, in cui è raffigurato come l'elemento principale che, insieme alla Roggia, identifica il settore urbano antistante la via nei pressi dell'area, denominata con il toponimo di "Bosco dei Preti". Tale denominazione, di più remota origine, si può far derivare da alcuni antichi possedimenti della pieve thienese di Santa Maria. E' documentato ampiamente, in atti notarili stipulati in diverse Villa Fabris date a partire dal 1554, un legame di tali proprietà terriere con le fortune economiche della famiglia Chilesotti, dedita ad attività di lavorazione della seta e, soprattutto, all'allevamento del bestiame; le proprietà terriere della famiglia erano concentrate nelle località di Zugliano e di Grumolo di Pedemonte, collegate alla città proprio dalla strada del Bosco. E' pertanto desumibile dalla opportunità di avere un facile collegamento con tali possedimenti, la scelta, operata nella seconda metà del settecento e i primi anni dell'ottocento, di acquisire la proprietà dei terreni dell'intero settore urbano su cui si attestava la costruzione settecentesca, per avviare la riqualificazione della casa originaria, inglobandola in una costruzione più rappresentativa del livello sociale raggiunto nel contesto economico e sociale della città.

L'impianto della villa-palazzo ripropone, ripercorrendone gli elementi più consueti, tutti i canoni compositivi tipici della villa veneta adattata anche alla funzione di palazzo cittadino; è motivata, così, la scelta di evidenziare alcuni elementi di rilevante interesse nella impostazione delle volumetrie che si riflettono, soprattutto nella facciata principale lungo via Trieste, evidenziandola nel suo emergere rispetto alle due ali più basse e leggermente convergenti rispetto all'intero fronte strada.

La facciata principale è, senza dubbio, l'elemento più significativo della villa per il suo rapportarsi con il contesto urbano e per il rilevante contrappunto determinato dalla presenza dell'invaso dell'esedra, delimitato da un muro di cinta, aperto al centro da un importante cancello, che si inserisce sul lato opposto della via; questa soluzione, ricca di scorci prospettici, venne a rafforzare un elemento che, in origine, doveva servire di accesso al brolo e ai campi direttamente legati alla proprietà. Le due fontane, accostantisi simmetricamente al muro di cinta che delimita l'invaso, ricordano una tappa importante della storia urbana della città, riguardante la realizzazione del primo acquedotto avvenuta nel 1814.

Il punto di vista più significativo per la percezione della facciata venne determinato proprio dalla profondità dell'esedra ed è, tutt'oggi, godibile dal centro del cancello, posto per l'appunto in corrispondenza dell'asse di simmetria della facciata.


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